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Tito Livio in una delle sue opere storiche narra che in un mattino di primavera del 210 a.C. alcuni pastori che conducevano le greggi al pascolo, presso la località denominata “palude fetida”, assistettero allo scontro tra due formazioni navali, una tarantina e l’altra romana. Il combattimento terminò con l’incendio e l’affondamento di gran parte dei due equipaggi. L’episodio avvenne nel corso della I Guerra Punica in località “Sapriportem”. Il sito indicato ricade nel territorio di Palagiano. Inoltre, se osserviamo una cartina geografica dell’antico territorio della "Magna Grecia", facilmente osserviamo che l’agro di Palagiano si trova nel cuore di un territorio che fu interessato, sin dagli albori dell’VIII secolo a.C ., dalla colonizzazione dei greci (Dori). Lo stesso toponimo deriva dal greco "Palaios-Schenè" e cioè "Antico Accampamento" che nel locale idioma è pronunciato: "Palascene". I Dori trovarono facili approdi nella zona costiera e, attratti dalla fertilità dell'entroterra, cominciarono a coltivare l’olivo e a sviluppare e migliorare le tecniche per l’allevamento. I primi insediamenti nacquero in prossimità delle sorgenti in località: Chiatona, Calzo, Lenne, Trovara e Fontana del Fico. In questi luoghi, scavi archeologici hanno riportato alla luce numerose tombe risalenti al IV e III secolo a.C. Nella seconda metà del XI sec. il territorio di Palagiano si ritrova ad essere un polo dell'insediamento rupestre nel contado occidentale tarantino con il sito di Santa Maria di Lenne. La città si trovò, poi a dover subire la prepotenza di Murcaldo, fiduciario del principe tarantino Boemondo, che partendo per le crociate, lasciò il feudo nelle sue mani. Dopo l'infeudamento normanno e il possedimento angioino, le terre palagianesi passarono a molti altri feudatari fino alla famiglia Caracciolo che restò fino ai primi anni dell'800. La comunità palagianese ha sempre vissuto tutti i momenti della storia politica e sociale con gli aneliti, le ansie e le speranze di voler affermare i propri valori di civiltà. Basti ricordare i contributi locali per la partecipazione popolare all’Unità d'Italia. Non vanno dimenticate le varie attività politiche e le rivendicazioni contadine ed operaie delle leghe del primo novecento, fino ad arrivare alla tribolata esperienza fascista e all'impegno per la ricostruzione democratica del secondo dopoguerra, in relazione specialmente alla Riforma Fondiaria, che proprio a Palagiano previde la localizzazione di uno dei poli di coordinamento.
Lungo la vecchia strada comunale per Palagianello in località Parete Pinto, ad 1 km dalla via Appia e circa due da Palagiano, si estende in un campo agricolo una struttura romana risalente all’età augustea (tra iI I sec a.C. e il I sec. d.C.) Tale struttura, che copre un’area di 2,834 mq, conserva i resti di un recinto alto 1,50 m, spesso 60 cm in opus reticolatum, tecnica realizzata con l’utilizzo di blocchi di pietra romboidali, regolari di 10 cm fissati con un impasto di ghiaia e lava fredda del Vesuvio. Il muro poggia su una fondazione di due filari di pietre calcaree irregolari 40-50 cm e larghi 70-85 cm. Il perimetro murario di forma perlopiù trapezoidale presenta tre ingressi, due ai vertici del lato nord e uno più stretto al centro del lato sud. Cosa dobbiamo vedere in questi resti? Ancora oggi sono in piedi due ipotesi, recinto per animali annesso ad una villa romana, statio ad canales, (luogo di sosta) per cui non abbiamo una identificazione precisa di questo posto. Non avendo infatti una documentazione scritta a sostegno dell’una o dell’altra tesi, si deve procedere per ipotesi basate su quello che vediamo non solo nel luogo di cui stiamo parlando ma anche in posti vicini.
E dunque sulla base di questa premessa la tesi interpretativa della statio ad canales viene suffragata da un paio di elementi. Quando tra gli anni 50 e 60 furono condotti i primi rilievi, l’ispettore onorario dell’epoca, Vincenzo Cetera ipotizzò che la struttura originaria dovesse essere costituita da una zona centrale adibita ad abitazione ed ufficio del comandante del presidio (pretorium), da altre due destinante al ricovero dei militi (excubiae) e da altre due ancora utilizzate come stalle e servizi (stabulum). La stazio quindi, ad un chilometro dalla Regina Viarum, la via Appia, era un luogo di ristoro dei soldati in viaggio anche perché aveva modo di approvvigionarsi di acqua sfruttando la sorgente della fontana di Fico, nei cui pressi c’era anche una cisterna di raccolta e deposito ricoperta di malta idraulica. Peraltro, la presenza di una struttura collaterale alla statio, cioè di una mansio con più o meno le stesse funzioni (sosta e cambio di cavalli e ristoro dei viandanti) individuata nel territorio palagianese e coincidente con quella che popolarmente ancora oggi viene chiamata Taverna (attiva come tale fino al 1938), darebbe senso all’ipotesi della statio appunto, insieme al rinvenimento di un altro impianto simile delle vicinanze, ossia di un’altra statio, a Montecamplo nei pressi di Castellaneta. In più si aggiunge la sorgente di “Fontana del Fico”, in un traverso della via Appia, che senza dubbio avrà dissetato per diversi secoli gli occupanti della statio ancorché fornita di acqua piovana raccolta in una cisterna, rinvenuta a circa trenta metri di distanza dalla stessa. Detta cisterna fu colmata intorno al 1960, durante i lavori di scasso del terreno per l’impianto di vigneti. Interessante però è anche la relazione svolta dal sovrintendente archeologico De Jiulis in un convegno tenutosi negli anni Ottanta in seguito ad altri scavi che furono effettuati. Secondo lo studioso il rinvenimento di numerosi frammenti di tegole, di pareti di vasi acromi e di resti ossei di animali, avvalorerebbe l’ipotesi che la struttura servisse da recinto per animali e che facesse parte di una grande villa romana con annesso rustico. D’altra parte, l’ingresso del lato sud, presenta uno stretto cunicolo nella cui parte centrale c’è un masso calcareo, alto 80 cm e largo 40 cm. Trattasi probabilmente di un passaggio delimitato per la conta, la tosatura e la mungitura degli animali, e per il passaggio dei custodi. Vero è che non sappiamo se De Jiulis abbia fatto esaminare i reperti ossei o effettuato altre ricerche specifiche per stabilirne l’età e magari collegare la loro presenza all’attività organizzata, in tempi più recenti, di qualche impianto già esistente adattato diversamente rispetto all’uso del sistema stradale della via Appia. E ciò potrebbe rendere possibili entrambe le tesi quella della statio ad canales prima e quella del recinto di una villa romana dopo. Strutture diverse che si sono succedute nel tempo.
Nel cuore della Riserva Naturale Stornara, nel territorio di Palagiano, si trova la località conosciuta come Pino di Lenne, che prende il nome dalla presenza di estesi boschi di pino d'Aleppo e dalla vicinanza del fiume Lenne, un corso d'acqua che attraversa il territorio per circa 24 km prima di sfociare nel Mar Ionio. Questa combinazione tra la vegetazione predominante e il corso d'acqua ha dato origine al toponimo "Pino di Lenne", che identifica un’area di straordinaria bellezza naturalistica e valore storico. All’interno di questa località, immerso nella vegetazione della riserva, si erge un esemplare monumentale di pino d'Aleppo, riconosciuto come uno dei più antichi d'Europa. Con un'età stimata di oltre 300 anni, questo albero rappresenta un importante patrimonio botanico, simbolo di resilienza e parte integrante dell’identità culturale della comunità locale. La sua imponenza è evidente dall'altezza di circa 20 metri e dalla circonferenza del tronco che raggiunge i 4 metri, mentre la chioma ampia e maestosa offre un’ombra estesa e accogliente, testimoniando la sua capacità di resistere a secoli di cambiamenti climatici e ambientali. La Riserva Naturale Stornara, che si estende per circa 7 km lungo la fascia costiera ionica, è caratterizzata da un ecosistema ricco di biodiversità tipica della macchia mediterranea. Intorno all’esemplare monumentale di pino d'Aleppo, è possibile osservare specie vegetali come fillirea, corbezzolo, ginepro rosso, lentisco, ginestre, cisti, rosmarino e asparago pungente. Questa varietà floristica contribuisce alla stabilità dell’ecosistema dunale, offrendo rifugio e nutrimento a numerose specie animali e favorendo la conservazione dell’equilibrio ambientale. La presenza di questo habitat così variegato non solo arricchisce il paesaggio naturale, ma rappresenta anche una risorsa preziosa per studi botanici, faunistici e ambientali. Consapevole del valore di questo patrimonio naturale, la comunità di Palagiano, in collaborazione con la Pro Loco e altre istituzioni, è impegnata attivamente nella tutela e valorizzazione dell’area del Pino di Lenne. Sono stati creati percorsi botanici che guidano i visitatori alla scoperta delle principali essenze mediterranee, punti di osservazione per ammirare la fauna locale e aree attrezzate per pic-nic che consentono di vivere momenti di relax immersi nella natura. I sentieri, delimitati da staccionate in legno per garantire la sicurezza dei visitatori e la conservazione dell'ambiente, sono arricchiti da cartelli informativi che riportano immagini e descrizioni delle specie vegetali e animali presenti nel bosco. Questi pannelli didattici offrono un’esperienza immersiva ed educativa, permettendo ai visitatori di riconoscere la ricca biodiversità della riserva e comprendere l’importanza della sua tutela. È possibile apprendere curiosità sulle principali piante aromatiche, sugli arbusti tipici della macchia mediterranea e sulle diverse specie faunistiche che popolano l'area, tra cui uccelli migratori, piccoli mammiferi e rettili. Oltre ai percorsi informativi, sono stati allestiti spazi per l’osservazione della fauna e aree dedicate a laboratori all’aperto, rivolti in particolare alle scuole e alle famiglie. Durante le visite guidate, gli esperti illustrano l’ecosistema della riserva e l’importanza della conservazione ambientale, sensibilizzando i partecipanti sul ruolo fondamentale che ognuno può svolgere nella protezione del patrimonio naturale. Queste iniziative mirano a promuovere un turismo sostenibile e consapevole, in grado di valorizzare le bellezze del territorio senza comprometterne l’integrità e favorendo il rispetto per l’ambiente. Il Pino d’Aleppo non è solo un esemplare arboreo di straordinaria rilevanza botanica, ma anche una testimonianza viva della storia del territorio e delle tradizioni locali. La sua presenza secolare ha accompagnato le generazioni di abitanti e visitatori, radicandosi nella memoria collettiva come simbolo di connessione tra natura e cultura. La salvaguardia di questo albero e dell’area circostante è fondamentale per garantire che le future generazioni possano continuare a godere di questo inestimabile tesoro, preservando al contempo l’identità e la storia del territorio di Palagiano. L’impegno delle istituzioni locali e della comunità è la dimostrazione di quanto sia importante proteggere e valorizzare simili patrimoni naturali, che raccontano la storia di un luogo e rappresentano un legame indissolubile tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda.



Preziosa e silenziosa testimonianza del passato, il frantoio semipogeo sito in corso Lenne a Palagiano, risale alla fine del XVIII secolo. Di proprietà di un certo De Bellis, originario di Castellana Grotte, negli anni finisce nelle mani della famiglia Pavone, di cui conserva il nome. La famiglia Pavone, infatti, diventò proprietaria dell’area agricola circostante e inglobante anche il frantoio, oggi ovviamente snaturata dall’edilizia moderna. I Pavone, recentemente, hanno donato la struttura ad una parrocchia locale, la Chiesa della Ss. Immacolata che poi a sua volta lo ha ceduto al Comune. Segnalato alla Sovrintendenza, dal 2006 il frantoio è sottoposto a vincolo architettonico. I frantoi, chiamati anche trappeti, sono i simboli della civiltà contadina, in particolare legati alla coltivazione degli ulivi che, sin dall’antichità, hanno rappresentato per il nostro territorio un importante fattore di crescita e di sviluppo. Quelli ipogei, molto diffusi fino alla fine del 700, sono i più antichi. Essi furono considerati insalubri e nel 1800, con l’affermarsi dell’età industriale, cominciarono ad essere sostituiti da altri trappeti costruiti in superficie. E diversi furono i frantoi (di cui si ha memoria e di cui sono rimaste piccole tracce) realizzati a Palagiano in diversi punti del paese, espressione di una comunità agricola fortemente legata alla coltura dell’ulivo. Il vano principale con gli ambienti annessi abbraccia una superficie di 392 mq. Presenta una pavimentazione in listelli di pietra, pareti intonacate a calce, voltato a botte. Collocata ad est della grande sala, la macina circolare in pietra conserva ancora gli ingranaggi in legno e le pale in metallo all’interno della vasca sottostante, che servivano a raccogliere e posizionare l’impasto delle olive schiacciate sotto la mola. Ad azionare questo ingranaggio, con l’ausilio di un timone, era un asinello e/o un mulo, animali che condividevano questo spazio sotterraneo con gli uomini. Infatti, lungo la parete a destra dell’entrata si apre un antro che serviva da stalla e mangiatoia. Nella semioscurità di quello spazio un campanello scandiva i passi dell’animale che, bendato, girava intorno alla vasca. Al termine del ciclo dei sei mesi di lavoro, nella maggior parte dei casi, la povera bestia ormai stremata, poteva servire solo come carne da macello. Quello del “trappitaro” non era un lavoro per tutti. Gli operai erano uomini, unti, nerboruti, tenacissimi nella resistenza, che vivevano in questo luogo chiuso per mesi, autunno e inverno, da novembre ad aprile, senza vedere la luce del sole. Per questo a Palagiano era molto richiesta per il lavoro nei frantoi, la manodopera salentina. Si trattava di giovani che facevano i trappitari in inverno e i marinai in estate in quanto unici capaci di sostenere ritmi di lavoro pesanti, ed abituati a vivere, come sulle navi, isolati e senza socializzare per molto tempo. Questo spiega la presenza di termini marinareschi presenti in tale contesto. Il loro lavoro era a ciclo continuo, con turni di riposo all’interno dello stesso frantoio. Ai trappitari era concesso di risalire quella discesa per ricongiungersi alla famiglia solo nei giorni dell’Immacolata, di Natale e di Capodanno, quando la macina megalitica smetteva di girare. Vicino alla mangiatoia, altri ambienti correlati con sedili in pietra, un tempo ricoperti di paglia, erano adibiti a spazi per il riposo notturno, e non solo, insomma dei dormitori. Invece sulla parete frontale rispetto all’uscio, si apre una rientranza con un grande camino che serviva da cucina e come fonte di riscaldamento. A sinistra della stanza del camino, sulla stessa parete, sono collocati due torchi “alla genovese” e un piano lavoro in pietra detto “mantra”. Questa presenta sulla parete retrostante un rivestimento realizzato con maioliche, ceramiche smaltate, di fattura rara, che molto probabilmente il proprietario fece realizzare per dare un tocco di colore a questo luogo buio e sotterraneo con un elemento artistico proveniente dalla tradizione artigianale del suo territorio. Sulla mantra, dopo la molitura delle olive avvenuta nella macina, si svolgeva il lavoro di riempimento (con la pasta d’olio ricavata) e preparazione dei fiscoli che passavano poi alla fase della pressatura o torchiatura. Il liquido ottenuto veniva convogliato in pozzetti sottostanti dove restava a decantare per il tempo necessario, fino al momento del “taglio” cioè della separazione naturale dell’olio che saliva in superficie, dall’acqua di vegetazione, la “sintina” che rimaneva sul fondo. I torchi “alla genovese”, più agili da manovrare rispetto a quelli più antichi, sostituirono i più grandi “alla calabrese” di cui resta traccia nell’area antistante una grande nicchia che si apre nella parete occidentale del vano. Questi ultimi si azionavano grazie ad un ingranaggio ancora visibile in una stanza sulla parte sud, detto “ciuccia”. Proprio da quest’ultimo ambiente parte un corridoio retrostante il locale principale, che corre lungo il versante sud-ovest. Si tratta delle “sciave”, ambienti utilizzati come depositi delle olive che venivano calate dall’esterno attraverso aperture di collegamento tra la strada e il frantoio, detti “camini di discesa”. Le olive così ammassate venivano sottoposte ad un piccolo processo di riscaldamento naturale che favoriva la loro lavorazione.
Le Clementine di Palagiano, parte delle Clementine del Golfo di Taranto IGP, rappresentano una delle eccellenze agrumicole della Puglia e dell’Italia. Palagiano è conosciuta come la "Capitale delle Clementine" grazie alla qualità della sua produzione, frutto di tradizioni agricole secolari e di condizioni ambientali ideali. Questo agrume è il risultato di un incrocio tra l’arancio amaro e il mandarino e si è adattato perfettamente al territorio, sviluppando caratteristiche uniche. Le clementine di questa zona si caratterizzano per la forma sferoidale leggermente schiacciata ai poli, la buccia sottile e liscia dal colore arancio brillante con possibili sfumature verdi e una polpa succosa, dolce e priva di semi, qualità che le rende particolarmente apprezzate per il consumo fresco, ma anche per la produzione di succhi, marmellate e dolci tipici locali. Il sapore equilibrato tra dolcezza e acidità, unito al profumo intenso e persistente, fa delle clementine di Palagiano un prodotto di altissimo pregio, richiesto nei mercati nazionali e internazionali. La zona di produzione si estende lungo la fascia ionica tarantina e comprende diversi comuni tra cui Palagiano, Massafra, Ginosa, Castellaneta, Palagianello, Taranto e Statte. Questa area gode di un microclima particolare, caratterizzato da inverni miti e precipitazioni moderate, grazie alla protezione naturale offerta dalla Murgia contro i venti freddi del nord e dall’influenza benefica delle brezze marine provenienti dal Mar Ionio. Queste condizioni climatiche favorevoli, unite alla qualità dei terreni, che sono profondi, fertili e ben drenati, garantiscono una crescita ottimale delle piante e la produzione di frutti dalla qualità superiore. La coltivazione delle clementine segue pratiche agricole tradizionali, tramandate di generazione in generazione, integrate con tecniche moderne e sostenibili come l’irrigazione a goccia per un uso razionale delle risorse idriche, la potatura annuale per bilanciare la crescita vegetativa e produttiva delle piante e la raccolta manuale, che consente di preservare l’integrità dei frutti e garantire la loro freschezza. Inoltre, la fase di selezione e confezionamento avviene con grande attenzione per mantenere standard qualitativi elevati. La storia della coltivazione delle clementine a Palagiano risale ai primi decenni del Novecento, quando gli agricoltori locali intuirono le potenzialità di questo frutto e iniziarono a dedicare ampie superfici agricole alla sua produzione. Il successo crescente ha portato al riconoscimento dell’Indicazione Geografica Protetta (IGP) per le Clementine del Golfo di Taranto, ottenuto ufficialmente il 22 settembre 2003 con il Regolamento CE n. 1665/2003, confermando l’unicità e la stretta connessione tra il prodotto e il territorio di origine. Questo riconoscimento ha rappresentato un importante traguardo per i produttori locali e per l’intera comunità, consolidando la posizione delle clementine di Palagiano sui mercati internazionali e contribuendo in modo significativo all’economia del territorio. Inoltre, il 25 gennaio 2024, il Consorzio di Tutela IGP "Clementine del Golfo di Taranto" ha ottenuto il riconoscimento ufficiale tramite un Decreto Ministeriale, permettendo al consorzio di svolgere attività di promozione, valorizzazione, vigilanza e tutela del prodotto. Questo importante passo ha rafforzato ulteriormente la filiera produttiva, che coinvolge centinaia di aziende agricole e cooperative, offrendo numerosi posti di lavoro e sostenendo l’indotto economico legato al settore agroalimentare. Oltre al valore economico, le clementine sono parte integrante dell’identità culturale di Palagiano e dei comuni limitrofi. Questo legame è celebrato ogni anno con la "Sagra del Mandarino", un evento che attira visitatori da tutta la regione e che rappresenta un’occasione per promuovere non solo il frutto, ma anche le tradizioni gastronomiche e artigianali locali. Durante la sagra, le strade del paese si animano con degustazioni, spettacoli, mostre e iniziative dedicate alla valorizzazione delle eccellenze del territorio. Le clementine sono protagoniste anche nella cucina tradizionale, impiegate per preparare dolci, liquori e piatti tipici che esaltano il loro aroma e la loro dolcezza. La sostenibilità ambientale è un valore fondamentale per i produttori di Palagiano, che adottano pratiche agricole rispettose dell’ecosistema e promuovono la biodiversità all’interno degli agrumeti. L’impiego di tecniche innovative, come il monitoraggio dei parassiti attraverso metodi naturali e l’uso controllato di fertilizzanti, permette di ridurre l’impatto ambientale e garantire una produzione salubre e di qualità. La comunità agricola è anche impegnata nella sensibilizzazione dei consumatori sull’importanza di scegliere prodotti locali e stagionali, a vantaggio dell’ambiente e dell’economia del territorio. Le clementine di Palagiano, con la loro storia, la qualità ineguagliabile e il profondo legame con la tradizione, rappresentano un patrimonio che va oltre il valore commerciale. Sono simbolo di un’identità collettiva, di passione per la terra e di un sapere agricolo che si tramanda con orgoglio. La loro tutela e promozione sono fondamentali per preservare la ricchezza culturale e naturale di questo angolo di Puglia, offrendo alle future generazioni la possibilità di continuare a godere di un frutto che è sinonimo di eccellenza, tradizione e sostenibilità.
La seconda settimana di ottobre si festeggia a Palagiano la festa della Madonna della Stella a cui per tradizione si collega la sagra della “tagghiarìn asccquànd”.
Si tratta infatti di una ricorrenza che pur partendo da un significato religioso devozionale rivolto alla Madonna, si porta dietro una forte carica folkloristica e pittoresca che rende la ricorrenza unica nel nostro territorio, e di grande attrazione per le comunità limitrofe.
Il cuore dei festeggiamenti è il santuario omonimo in aperta campagna dove la leggenda popolare ambienta una vicenda che giustificherebbe la nascita di questo piatto divenuto ormai un simbolo di Palagiano.
Tagliatelle con il peperoncino piccante sarebbero state preparate da una misteriosa donna che nella notte dei tempi accolse nella sua umile dimora dei pescatori scampati ad un naufragio; quel pasto così piccante avrebbe riscaldato e confortato gli uomini tratti in salvo. In segno di riconoscenza e devozione in quel luogo fu costruito il santuario dedicato alla Stella del Mattino, l’astro che guidò i marinai ad approdare sulla costa, quello che orientava sin dalle prime luci dell’alba il lavoro dei contadini ionici tra gli agrumeti e gli oliveti delle contrade di Palagiano e al quale si rivolgevano con preghiere e canti per avere buoni raccolti.
I primi giorni di ottobre cominciano, quindi, al richiamo quasi notturno del Fisckarùl (la bassa musica), le processioni mattutine, la novena e i rosari in onore della Madonna.
È nel pomeriggio del sabato che davanti al santuario mariano si svolge il momento più festoso e caratteristico che riunisce centinaia e centinaia di devoti per il rito della pasta. La campagna circostante si irrora del profumo intenso del sugo piccante che cuoce in grandi pentoloni e che condirà chili e chili di fettuccine da distribuire alla popolazione dopo la benedizione. I carri che trasportano i calderoni e che lentamente si spostano in mezzo alla folla, vengono presi completamente di assalto.
Per tutti è importante riuscire ad ottenere almeno un assaggio della “pasta della Madonna”, anche a costo di uscirne completamente imbrattati di sugo.
La gente si adopera con stoviglie di plastica, ma anticamente gli strumenti erano altri, e oggi, chi vuole continuare l’usanza di un tempo e restare fedele alla tradizione, come piatti utilizza spatole di fico d’india ripulite dalle spine e un pezzo di canna come forchetta.
La domenica mattina del giorno successivo, dopo la celebrazione eucaristica, una sentita processione di fedeli, accompagnata da bande musicali, porta il simulacro mariano lungo le vie del paese, al cui passaggio, dai balconi vestiti di eleganti stoffe cadono piogge di petali di rose per salutare e adorare la Madonna della Stella. In una piazza festante di luci e bancarelle in serata si conclude la solennità, non prima dello svolgimento del tradizionale spettacolo pirotecnico.



San Rocco è molto venerato dai pugliesi e sono numerose le feste che dal 16 al 19 agosto si celebrano in suo onore. È raffigurato abitualmente in aspetto di giovane pellegrino che addita una gamba scoperta e piagata; accanto gli sta, con un pane in bocca, il cane di Gottardo. Si conoscono le vicende di carità legate alla vita del santo che spogliandosi di tutte le sue ricchezze e donandole ai poveri e ai bisognosi, e mettendo la sua vita a servizio degli ammalati e dei derelitti, seguì l’esempio di San Francesco in un periodo in cui, siamo agli inizi del 1300, la nostra terra dove lui pellegrinava era colpita dal flagello della peste. I comportamenti di vita e le improvvise guarigioni da lui operate gli valsero il riconoscimento della sua santità. Invocato con San Sebastiano come protettore contro la pestilenza sin dai primi anni del Quattrocento, il suo culto acquistò straordinaria popolarità in Italia nella seconda metà del secolo, come attesta il ricchissimo materiale iconografico che lo riguarda. E furono proprio i monaci francescani a diffondere il culto di San Rocco, Santo della carità e dell’amore per il prossimo come il Santo di Assisi, nel Mezzogiorno e, in particolare per quanto riguarda il territorio della nostra diocesi, a Mottola, a Castellaneta, a Massafra e a Palagiano. Al Cinquecento, infatti, è attestata l’esistenza di un convento di francescani a Mottola; allo stesso periodo pare risalga la chiesa di S. Rocco di Castellaneta. In ogni caso a Massafra sulla strada che porta alle spiagge di Chiatona esisteva già da lungo tempo un convento francescano dedicato a San Rocco. Nei mesi invernali alcuni religiosi si recavano nelle dimore conventuali vicine di Mottola e Palagiano che essendo in mezzo all’abitato, erano più comode. Quindi, se alcuni dei monaci francescani del convento di San Rocco di Massafra venivano spesso al convento di Palagiano, dove trascorrevano a volte addirittura mesi interi, appare del tutto evidente che furono proprio loro a suggerire direttamente o indirettamente l’opportunità di porre sotto la protezione di San Rocco anche Palagiano, colpita nel 1600 come il resto del regno di Napoli dalla peste e miracolosamente da questa liberata, dedicando appunto al Santo di Montpellier, emulo di San Francesco, la chiesa del convento precedentemente intitolata a Santa Maria della Rocca, come risulta da una relazione vescovile del 1633. Con la soppressione del vescovado di Mottola, il territorio dell’ex diocesi di Mottola venne accorpato a quello della diocesi di Castellaneta, della quale quindi anche Palagiano entrò a far parte. Nel frattempo, il culto di San Rocco non solo era rimasto vivo nelle coscienze dei Palagianesi ma era talmente accresciuto che clero e popolazione avevano chiesto che il Santo fosse nominato Patrono della Città. SAN ROCCO A PALAGIANO Il decreto ecclesiastico che sancì l’ufficializzazione della nomina di Rocco a santo patrono di Palagiano risale al 15 dicembre del 1853. In un paese come il nostro dove la presenza del fiume Lenne anticamente creava i presupposti per la formazione di un clima particolarmente predisposto alla diffusione della malaria, il Santo guaritore divenne tra i più invocati. Ed è interessante sapere che anticamente gli abitanti di Palagiano in occasione della festa compivano il rito penitenziale della seduta: il 16 agosto, coloro che avevano ottenuto una grazia sostavano in chiesa davanti alla statua del Santo digiunando per l’intera giornata e ai bambini miracolati si faceva indossare la divisa del Santo, le madri scalze recavano ceri in processione e ai balconi si mettevano vasi di fiori e di basilico. È più di un secolo e mezzo che a Palagiano si festeggia questa ricorrenza che anno dopo anno rinnova e rinsalda la devozione verso il Santo. In particolare dal 7 al 15 agosto si svolge la novena in preparazione della solennità liturgica del 16 quando nella chiesa madre dell’Annunziata, in presenza del vescovo e delle autorità cittadine, si celebra il rito della consegna dell’affidamento della comunità a San Rocco con la consegna simbolica delle chiavi del Paese, mentre i festeggiamenti per antica tradizione si svolgono il sabato, la domenica e il lunedì successivi. La sera del sabato, quindi, ha luogo la processione della cavalcata che apre i festeggiamenti con quella che in dialetto locale si chiama Scambscèt, una sfilata di cavalli riccamente bardati e montati da bambini vestiti come il Santo pellegrino. Rievocazione di quelle battaglie giocose che tra il 600 e il 700 si tenevano in molti centri di Terra d’Otranto in occasione delle feste patronali, da cui la parola dialettale che si traduce con “scamiciata” cioè quella a cui andavano incontro i cavalieri intenti a gareggiare. La giornata, sia nel mattinée che in serata, è allietata dai programmi musicali della banda che esegue rinomati brani di opere classiche. La domenica si apre con un altro mattinée bandisco, mentre dopo la celebrazione liturgica serale si svolge la processione di gala. Due bande musicali accompagnano questa processione recante il simulacro del santo per le vie cittadine, e successivamente si alternano con le loro esecuzioni nella tradizionale cassa armonica in piazza. Molto atteso è lo spettacolo dei fuochi pirotecnici che illuminano il cielo palagianese in tarda serata. Il lunedì è dedicato la mattina alla fiera paesana di San Rocco e la sera a spettacoli musicali e cabarettistici di vario genere. La festa molto sentita dal punto di vista religioso, si carica anche di un altro significato di non minore importanza. La “Festa grann”, la festa grande, come la chiamiamo qui a Palagiano, coincidendo con un mese estivo particolarmente adatto alla organizzazione delle ferie, diventa un richiamo forte per gli abitanti dei paesi vicini ma soprattutto per i palagianesi fuori sede, per tutti quelli che per svariati motivi, lavorativi, di studio, personali sono stati costretti a lasciare tutto e partire. Le famiglie si ripopolano in questa occasione e in questi giorni le tavolate palagianesi sono allegri e ricchi banchetti dove folklore, famiglia e fede diventano una cosa sola.
Il 4 aprile 1971 con l’apertura al culto dell’attuale chiesa di San Nicola fu istituita la festa del vescovo di Mitra la seconda domenica di maggio, che si è arricchita di anno in anno di contenuti religiosi, portando alla conoscenza dei miracoli operati dal Santo. La festa paesana quindi nasce secondo uno schema abbastanza semplice di due giorni di luminarie, processione della domenica e spettacolo pirotecnico finale. Nel 2000, in occasione del Giubileo, inizia una tradizione che oggi rappresenta una caratteristica importante della festa di San Nicola nel nostro paese: il Corteo Storico della “CARAVELLA”. Il progetto, voluto e realizzato dal parroco don Giuseppe Maraglino e dal Comitato San Nicola, è stato coordinato dall’allora presidente Cosimo Alemanno che, con la sua maestria di falegname, e con l’aiuto di Gerardo Tautonico, ha piallato, sagomato, incollato e pitturato il materiale recuperato dai ragazzi della parrocchia e portato nel laboratorio. Dal grande lavoro di squadra che ha visto coinvolti tutti i parrocchiani, si è realizzata non solo la Caravella, ma altri accessori complementari alla scenografia che caratterizzano il corteo tra cui gli spettacolari abiti storici che oltre duecento figuranti indossano facendo immergere chi assiste al loro passaggio in un’atmosfera d’altri tempi che emoziona e fa rivivere la storia della translazione delle ossa del Santo da Mira a Bari. Da quel momento il pomeriggio del sabato l’effige del Santo, rappresentata da un dipinto, gira per le vie del paese sulla Caravella trainata da giovani vestiti da marinai e preceduta dal corteo storico in cui sono rappresentati i miracoli più noti del Santo, quello delle Vergini, quello dei tre bambini risuscitati e quello del giovane Adeodato. Il corteo si conclude sul piazzale della chiesa con la distribuzione di panini benedetti. La domenica sera come di consueto, è riservata alla messa solenne seguita dalla processione di gala che accompagna a suon di preghiere, inni e marce musicali, la statua di San Nicola.
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